lunes, 14 de noviembre de 2011

no estoy listo...


si crees que no se volvieron locos en habitaciones minúsculas
como te está pasando a ti ahora,
sin mujeres
sin comida
sin esperanza...
entonces no estás listo
toma más cerveza.
Henry Chinansky



Como burro sin mecate entró un día y se quedó; yo paré la cola luego luego. Y así, sin decir nada, también un día se fue sin avisar, demostrándome que ninguna cotidianidad ocurre todos los días ni dura pa' siempre, ni tan siquiera las más buenas. Abrí los ojos y ya no estaba ahí, y al cruzar la puerta hacia la calle me di cuenta de todas las cosas que había dejado de hacer.

Mi corazón latía a esa velocidad que toma en los días que transcurren sin pena. Me sentía bien, como habiendo despertado de un sueño tranquilo y duradero. Puse todas sus cositas en el cajón del buró, como siempre, a la mano. Sé que cualquier día (o noche) volverá, tocará mi pecho nuevamente, y yo estaré listo; y entonces, quizá también yo vuelva.

Mientras tanto, besaré a las mujeres como si las quisiera, beberé cerveza sin empacho y jugaré aunque pierda. Se lo prometí un día.

martes, 6 de septiembre de 2011

lo constante

Todas las cosas cambian,
incluso aquellas que no creíamos que cambiarían,
como el cambio climático

descubrimos nuevas ventanas que nos asombran
y dejamos de creer en cosas que creíamos
y de repente ya no pensamos que tenemos razón
 o que hay alguna razón a la mano (hablo del LHC)

todo cambia,
cambian mis amigos,
cambio yo

y la silueta sobre mi cama ha permanecido ahí ahora por mucho tiempo.
sin cambiar...

y me gusta

jueves, 1 de septiembre de 2011

la historia no se repite

La gente, a través del tiempo y el espacio, siempre ha encontrado nuevas formas de ser estúpida. La historia no se repite, no la sobre estimemos.

no es ignorancia tampoco...

salu!

miércoles, 23 de junio de 2010

Saramago "populista extremista de ideología antirreligiosa

No creo en Dios y no me hace ninguna falta. Por lo menos estoy a salvo de ser intolerante. Los ateos somos las personas más tolerantes del mundo. Un creyente fácilmente pasa a la intolerancia. En ningún momento de la historia, en ningún lugar del planeta, las religiones han servido para que los seres humanos se acerquen unos a los otros. Por el contrario, sólo han servido para separar, para quemar, para torturar. No creo en Dios, no lo necesito y además soy buena persona. - J. Saramago


Tras la muerte de José Saramago, el diario oficial del Vaticano, L' Osservatore Romano a publicado un artículo que ha sido tomado (por lo menos a decir de muchos medios de comunicación) como un ataque alevoso en contra del escritor, un aguijon clavado en su cadaver yacente, un insulto infame.

Saramago se distinguió como uno de los intelectuales mas lucidos que han condenado los abusos cometidos en nombre de la religión. Tómese de quien viene, el artículo publicado por el diario del vaticano, en el que hace una breve y peculiar reseña de su obra, me parece una excelente carta de recomendación para que generaciones futuras se acerquen a leer el legado de Saramago con emoción.

A mi, que soy ateo y madrugo y que siempre una buena taza de café me ayuda, me queda claro que la postura de Saramago, no es una postura en contra de Dios, ni siquiera en contra de la creencia de Dios, sino en contra de la religión y de las instituciones religiosas. No se puede atacar u ofender algo en lo que no se cree.

Me declaro incompetente para traducir el artículo, pero con ayuda de un diccionario no es difícil leerlo.



L'onnipotenza (presunta) del narratore

È morto José Saramago

di Claudio Toscani


De lo que la muerte nunca podrá ser acusada es de haber olvidado en el mundo por tiempo indefinido a algún viejo, solo para que envejezca cada vez mas, sin ningún merito ni razón visibles.



"Quello di cui la morte non potrà mai essere accusata è di aver dimenticato a tempo indeterminato nel mondo qualche vecchio, solo per invecchiare sempre di più, senza alcun merito o altro motivo visibile".


Sia pure scomparso alla rispettabile età di 87 anni, di José Saramago non si potrà dire che il  estino l'abbia tenuto in vita a tutti i costi, vedi la frase succitata, tolta dal romanzo Tutti i nomi, uscito in quel 1998 che lo vide provocatorio Nobel della letteratura.

"Saramago", cognome aggiunto all'anagrafico José Sousa, era nato nel 1922 ad Azinhaga in Portogallo, da una famiglia di contadini e braccianti. Trasferitosi a Lisbona nel 1924, qui aveva compiuto i suoi studi fino al diploma di tecnico meccanico. Non particolarmente complessa né movimentata, la sua vita veniva registrando vari lavori, tra cui l'editoria; un matrimonio nel 1944; un primo romanzo nel 1947 (Terra di peccato, che disconoscerà in sede di bibliografia ufficiale); l'iscrizione al Partito comunista nel 1969 e una militanza politica clandestina sino al 1974, quando la cosiddetta "rivoluzione dei garofani" (contro la dittatura di Caetano), ristabilisce le libertà democratiche.

Cinquantacinque anni compiva Saramago al suo vero primo romanzo, Manuale di pittura e di calligrafia (1977), ma nel resto della sua vita recupererà il tempo andato imponendosi in decine e decine di opere che coerentemente convergono attorno a pochi cespiti conduttori: la Storia maiuscola in filigrana a quella del popolo; una struttura autoritaria totalmente sottomessa all'autore, più che alla voce narrante, non solo onnisciente ma anche onnipresente; una tecnica dialogica in tutto debitrice all'oralità; un intento inventivo che non si cura di celare con la fantasia l'impronta ideologica d'eterno marxista; un tono da inevitabile apocalisse il cui perturbante presagio intende celebrare il fallimento di un Creatore e della sua creazione. E, infine, una strategica modalità, tematica ed espressiva a un tempo, impegnata a rendere quel che lui stesso ha definito la "profondità della superficie": qualcosa che allude sia a quel poco che conosciamo del tanto che rivendichiamo alla ragione, ma anche quel tanto che strappiamo alla realtà di quel poco che la ragione ci permette.  
Chiamando a raccolta non molti ma primari maestri (da Kafka a Borges, da Eça de Queiros a Pessoa, da Antonio Vieira a Machado), Saramago diede da subito l'elenco degli artefici della sua formazione, collocandoli senza soluzione di continuità lungo un'onda di piena al cui estuario poneva la novecentesca inquietudine della letteratura, della storia, dell'arte, della politica e della religione, oltrestesso. 
E per quel che riguardava la religione, uncinata com'è stata sempre la sua mente da una destabilizzante banalizzazione del sacro e da un materialismo libertario che quanto più avanzava negli anni tanto più si radicalizzava, Saramago non si fece mai mancare il sostegno di uno sconfortante semplicismo teologico: se Dio è all'origine di tutto, Lui è la causa di ogni effetto e l'effetto di ogni causa.
Un populista estremistico come lui, che si era fatto carico del perché del male nel mondo, avrebbe dovuto anzitutto investire del problema tutte le storte strutture umane, da storico politiche a socio-economiche, invece di saltare al per altro aborrito piano metafisico e incolpare, fin troppo comodamente e a parte ogni altra considerazione, un Dio in cui non aveva mai creduto, per via della Sua onnipotenza, della Sua onniscienza, della Sua onniveggenza. Prerogative, per così dire, che ben avrebbero potuto nascondere un mistero, oltre che la divina infinità delle risposte per l'umana totalità delle domande. Ma non per lui.  
Giunto tardi al romanzo, si era rifatto, come s'è detto, con una serie di narrazioni. Dal 1980 in poi, nella bibliografia dell'opera di Saramago, si transita da Memoriale del Convento a L'anno della morte di Ricardo Reis (1984), che torna alla storia del Portogallo nel 1936; da La zattera di pietra (1986), avventura ecologica e demoniaca che immagina la deriva della Spagna dell'oceano tra magico quotidiano, metafora politica e nuove soluzioni atlantiche, a Storia dell'assedio di Lisbona (1989), libro in cui un revisore editoriale, inserendo una particella negativa (un "non") in un saggio storico, dà a Saramago il destro per giocare a falsificare l'evento, più per gioco che per convinta ideologia. 
È il 1991 quando, inaugurando ciò che la critica ha chiamato il suo secondo tempo, lo scrittore pubblica Vangelo secondo Gesù, sfida alla memorie del cristianesimo di cui non si sa cosa salvare se, tra l'altro, Cristo è figlio di un Padre che imperturbato lo manda al sacrificio; che sembra intendersela con Satana più che con gli uomini; che sovrintende l'universo con potestà senza misericordia. E Cristo non sa nulla di Sé se non a un passo dalla croce; e Maria Gli è stata madre occasionale; e Lazzaro è lasciato nella tomba per non destinarlo a morte suppletiva. 
Irriverenza a parte, la sterilità logica, prima che teologica, di tali assunti narrativi, non produce la perseguita decostruzione ontologica, ma si ritorce in una faziosità dialettica di tale evidenza da vietargli ogni credibile scopo.

Il secondo tempo di Saramago si diversifica poi con Cecità (1995), affresco apocalittico che denuncia la notte dell'etica in cui siamo sprofondati. Poi in campo esistenziale, sia con Tutti i nomi (1997), altra apocalisse dal pessimismo assoluto sospesa su una indifferenziata comunità di morti e di vivi, sia con Il racconto dell'isola sconosciuta (1998), parabola sull'uguaglianza dell'uomo tra gli uomini. In campo intellettuale, prima con La caverna (2000), che tra Kafka, Huxley e Orwell, dispiega un allarme meno disperato del solito e addirittura aperto alla speranza; poi, con L'uomo duplicato (2003), dove colui che si scopre identico a una comparsa televisiva finisce per smarrirsi in un garbuglio fattuale, psichico e spirituale.

Avvicinandosi alla fine, Saramago ci ha lasciato un "testamentario" Saggio sulla lucidità (del 2004), critica al funzionamento, se non alla funzionalità, delle odierne democrazie, contro le quali l'autore auspica una schiacciante maggioranza di "schede bianche", la più invisa espressione di volontà politica per un potere che solo così dovrebbe deflagrare. Poi, un "giocoso" Don Giovanni o il dissoluto assolto (del 2005), ossia il ritratto di un onore sociale offeso, giacché al grande amatore non riesce, nel testo, ciò per cui è da sempre famoso.  
Fertile, comunque, la discesa creativa degli anni appena precedenti la scomparsa: dall'itinerante carovana di Il viaggio dell'elefante (2009), pittoresco, umoristico e "peripatetico", all'inaccettabile Caino (2010), romanzo-saggio sull'ingiustizia di Dio, parodiante antilettura biblica, per non dire di altri titoli che andrebbero segnalati, a onor del vero, ma quasi sempre per polemica o pretesto.  
Saramago è stato dunque un uomo e un intellettuale di nessuna ammissione metafisica, fino all'ultimo inchiodato in una sua pervicace fiducia nel materialismo storico, alias marxismo. Lucidamente autocollocatosi dalla parte della zizzania nell'evangelico campo di grano, si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell'inquisizione, dimenticando il ricordo dei gulag, delle "purghe", dei genocidi, dei samizdat culturali e religiosi.  
«L'Osservatore Romano» del 20 giugno 2010

jueves, 8 de abril de 2010

la fuente

"Atravesó el jardín, se detuvo un momento para mirar la estatua de la mujer con el cántaro vacío, Me dejaron aquí, parecía decir ella, y hoy no sirvo nada más que para contemplar estas aguas muertas, hubo una época, cuando la piedra de que estoy hecha aún era blanca, en que un manantial fluía día y noche de este cántaro, nunca me dijeron de dónde procedía tanta agua, yo sólo estaba aquí para inclinar el cántaro, ahora ni una gota escurre de él, y tampoco nadie ha venido a decirme por qué se acabó. El murmuró, Es como la vida, hija mía, comienza no se sabe para qué, termina no se sabe por qué. Se mojó las puntas de los dedos de la mano derecha y se los llevó  a la boca. No pensó que el gesto pudiera tener ningún significado, sin embargo, alguien que estuviera en el otro lado observando lo que hacía podría jurar que había besado aquella agua que ni limpia estaba, verde de limosidades, con cieno en el fondo del estanque, impura como la vida."

De Ensallo sobre la lucidez, de José Saramago.
La foto de aquí.

Salu!

miércoles, 17 de febrero de 2010

Bomarzo


Los Miserables ha sido mi novela favorita por muchos años, con todo y que en este tiempo he leído muchas novelas y autores entrañables. Ahora estoy leyendo la novela que creo pondrá a Los Miserables en segundo lugar de mi lista. Y eso me hace disfrutar mucho su lectura, se llama Bomarzo, el autor es Manuel Mujica Lainez y es argentino.


Bomarzo es una historia sobre un hombre aparentemente inmortal (aparentemente porque aun no la termino), pero basada en un personaje histórico de la nobleza italiana. En la novela el conde de Bomarzo es jorobado, está narrado en primera persona y hasta ahorita todo ha transcurrido en el siglo XVI, pero el narrador sutilmente presume conocer la historia de los siglos posteriores hasta nuestro tiempo. Lo que mas disfruto es el caudal de referencias culturales e históricas, su forma de construir un relato en que interactua con artistas del renacimiento me parece deliciosa, y mas aun, cuando son artistas cuya obra me ha aportado muchos instantes de placer contemplativo. 

Por otra parte, con toda la arbitrariedad que mi gusto personal pueda aportar a este juicio, le encuentro una prosa con fragmentos que me parecen extraordinariamente bellos.

Leo sin prisa, disfrutando cada pagina y releyendo cuando se me antoja. Ya les contaré :)

Salu!

P.D. Liliana, Gracias por el regalazo!

miércoles, 9 de septiembre de 2009

El mejor pintor del mundo


White painting by Rauschenberg, Robert

-La verdad es que... -dijo Raúl.

Vicente comprendió que había que esperar un poco a saber cual era la verdad. Raúl bajó la mano que sostenía el pincel. Estaban los dos mirando el lienzo claveteado en el bastidor y puesto asi en el caballete. Raúl toco con el pincel la luz del aire, aplastó suavemente el copete de cerdas en la paleta, completamente blanca, acercó el pincel al lienzo. Vicente se apartó para asomarse al paisaje de tejados por el ventanuco de la buhardilla y evitar así distracciones a su hermano.

Raúl miraba el lienzo entrecerrando los ojos y echando la cabeza para atrás, luego daba unas pinceladas aquí y allá.

Ni el pincel ni el lienzo ni la paleta tenían pintura. Nunca la habían tenido. Ni una mota de pintura.

-Como puedes ver, el cuadro está muy avanzado. Ya definido -dijo Raúl-. Quisiera ahora unos toques de luna aquí. A ver si tengo suerte esta noche, a ver si hay buena luna.

Vicente miraba el cuadro en blanco. Respetuosamente, sintiéndolo "muy avanzado, ya definido".

-Quizá es el mejor de mis autorretratos. Qué te parece -dijo Raúl, y bajando la cabeza y ponderando penosamente Vicente dijo:

-Quizá. No sé -y Raúl dijo:

-Es difícil saberlo. Sé crédulo, sigue mirando mis cuadros así, un día los verás del todo y podrás comparar mejor -y volviéndose a mirar a Vicente hizo una pausa cargada de suspense, anunciadora (Vicente lo supo en el acto, esperó con emoción) de que por fin se disponía a decir cuál era la verdad. En efecto, dijo:

-La verdad es que yo debería ser el mejor pintor del mundo...

Vicente Soto
Pasos de nadie. 1991.
Fragento tomado del cuento "Exiliado en el aire".

martes, 1 de septiembre de 2009

Ir al teatro

evafutura


Para librarse de lo cotidiano, de los hábitos, de la pereza mental que nos arrebata el asombro por el mundo, es preciso recibir como un verdadero porrazo.
Eugene Ionesco



A menudo, la mayoría de la gente que uno encuentra en las salas de teatro es gente de teatro. Es decir, aun cuando a todos preferirían estar en el escenario o tras bambalinas, son ellos mismos la mayor parte del publico. Esta nota la escribo para los otros, llamemonos el h. publico, cualquiera que sea la razón por la que nos convertimos en eso. En el tiempo que tengo viviendo en esta ciudad le he llegado a tener un gusto muy especial al teatro, y mas allá de su contenido artístico, su magia creativa y su poesía, lo disfruto por la sorpresa y expectativa de lo inesperado.

El artista utiliza sus recursos como medio para la expresión de emociones, y por esa razón, la experiencia de ir al teatro sera placentera en la medida que podamos liberar de cualquier prejuicio nuestros sentidos y nuestra razón. Como publico no tenemos ningún compromiso con el arte y al sentarnos frente al escenario ninguna responsabilidad recae en nuestros hombros, no debemos preocuparnos por interpretar nada, nuestra única obligación es estar dispuestos a disfrutar algo que no conocemos, algo nuevo. Creo que el error mas común que cometemos y que nos lleva a no disfrutar una obra es el tomar el papel de un crítico de teatro. Nadie nos va a cuestionar nuestras habilidades para juzgar una obra, somos el h. publico, así que tampoco debemos preocuparnos en el transcurso de la obra por como juzgar a un actor, una escenografía, iluminación, sonido, etc., no importa el genero de lo que estamos por ver, creo que la mejor forma de prepararnos es no pensar en nada, acaso el esbozo que a la imaginación induce el titulo de lo que vamos a presenciar.

Estamos ahí para ver y oír, sentir, pero no de la forma que vemos una pintura o escuchamos alguna melodía, sino para entregarnos a la contemplación de una presencia viva, una evolución de recursos en la que el actor renuncia a si mismo, se despoja de si para hacer vivir delante de nosotros a sus personajes, en una aventura prodigiosa lleva su entorno real fuera del alcance de nuestra conciencia, se apodera de nuestra imaginación, en un absurdo al que debemos entregarnos desaparecerán ante nuestros ojos. En el clímax de esta experiencia, cuando la atmósfera de la obra nos envuelva, podremos ver rostros de seres inverosímiles, participaremos de sus emociones en alguna manera y ante esa otra realidad, no veremos lo que verdaderamente esta ante nuestros ojos, una persona cuyo nombre esta apuntado en un tríptico que esta en nuestras manos. Quizás al final, cuando el ver los rostro de nuestros acompañantes nos haga salir del asombro de haber sentido una experiencia ajena, podremos encontrar una razón para saber el porque nos gusto, o que pudo habernos gustado aun mas.

Hay gente haciendo un trabajo creativo increíble en los rincones teatrales por toda la ciudad, mes a mes la cartelera es basta. Son muchas personas las que se tendrían que poner de acuerdo para que una obra saliera mala, y aunque a veces lo logran, siempre habrá en ellas algo que disfrutar.

Así como en en el cine se puede hablar de un "cine de arte", también en teatro se puede hablar de un "teatro de no-arte", no lo digo con intención de restarle merito, ya que cumple un papel tan importante en la difusión del teatro, como para las letras lo hace la literatura popular (e.g. el código da vinci, harry potter -sorry friends- , etc., conste que soy fan de M.L. Estefania), nos entretiene, nos acerca al arte. Pero un actor acostumbrado a actuar frente a una cámara de televisión, que recibe la admiración ordinaria de las masas, necesitaría un ejercicio extraordinario de humildad para desaparecer y darle lugar a la fantasía ante un publico de carne y hueso. Quizá nos deje contentos el haber visto a un actor famoso, si nos hizo reír, mejor, y tal ves disfrutemos un poco ver la representación de una historia. Pero nos estaremos privando de una experiencia irreemplazable si no arriesgamos un poco y nos atrevemos a entrar a esas obscuras salas que a menudo se encuentran casi vacías, en las que la obra se convierte en una convivencia intima entre creadores y publico.

Asistir al teatro significa mucho mas que ir a sentarse en una silla frente a un escenario a presenciar un espectáculo, y es delicioso ir al teatro y ver como se rompe asombrosamente con ese esquema.

Hay quir!

viernes, 6 de febrero de 2009

ganas

hoy me morí de ganas de verte
de besarte
de oírte
hablarte
tocarte
abrasarte
sentirte
arañarte
morderte
recorrerte
acariciarte
beberte
comerte
lamerte
cogerte
amarte
penetrarte
apapacharte
olerte
tomarte
traerte
llevarte
sacudirte
apretarte
enamorarte...

y me morí de ganas
de volverme loco a tu lado,
de hacer contigo cosas
que nos condenen al infierno...

y no estabas

jueves, 5 de febrero de 2009

hacerse a la idea...



... de vivir.

Dolor, calor, amor, ardor, alegría, riza, llanto, suave, fuerte, grande, pequeño, dulce, amargo, ácido, placer, frío, odio -no, odio no-, espasmos, saliva, sudor, caricias, golpes, cosquillas, escalofríos, temblores, besos, suspiros, gritos, orgasmos. Tequila, whiskey, cerveza, vino ofrecido con la boca, aire fresco, pinos, sahuaros, hierba, polvo, montañas, mares, playas, desierto, selva, bosque, ríos, caminos, la nieve, la arena, fogatas, los labios, las caderas, el cuello, los pliegues de la oreja, los senos, el pubis, los hombros, los sobacos, cuartos que amanecen oliendo a sexo. El circo, los caballos, las espuelas, las botas, la salamandra, las lechuzas, la noche, las estrellas, el sol, la luna, el amanecer, las ballenas, las naves espaciales, preguntas, respuestas, internet. Teatros, cantinas, libros, museos, galerías, espacios, librerías, rincones, jardines para hacer el amor, para hacerse el amor, bares, sexshops, cuentos, historias, musica y poesía. Coca, éxtasis, tachas, marijuana y my hero!
Olores, sabores, colores, sonidos, texturas...

lunes, 29 de diciembre de 2008

one night...

-Tu roncas?- pregunto la primera ves que usaríamos una cama para dormir

-ronco, me pedorreo y hablo dormido...

-oye!

- que? tu preguntaste... algunas veces también grito, brinco, o me estiro en la cama como gato parado -dije mientras se iba dibujando una mueca en su cara- ...

-creo que te iras a dormir al sofá, no quiero que me tumbes de la cama...

-no, si quieres me voy a mi casa, pero no al sofá

Su cara era de duda, pero se me acurruco al ver que yo sonreía

-no te preocupes -agregue- no haré nada de eso hoy, solo que tengo que dormir abrazadito.

Yo no le regrese la pregunta, a mi no me importa, además ya se la respuesta, todas las mujeres creen que no roncan. Y yo nunca les diría lo contrario. A mi me hizo sentir bien abrazarla y aspirar el olor que desprendía su cuerpo. Yo le daba besitos pausados en su cuello calientito mientras se iba quedando dormida. Un ratito después ella roncaba tranquilamente, pero ya el señor de la arena hacia que mis ojos se cerraran y me impulsaba a sumergirme en el lado de los sueños...

miércoles, 26 de noviembre de 2008

Piedra de sol (teatro)


(o como fui no-alteatro a no-ver una no-obradeteatro)

Iría a ver una obra de teatro, pero al llegar, me di cuenta que no había ido al teatro sino al bosque, y que no vería la obra porque me pidieron cubrir mis ojos, y que no era una obra de teatro, sino un poema. Así que lo que puedo decir es: fui a un bosque mágico a experimentar mas allá de los sentidos un poema, a compartir con personas desconocidas pero no extrañas, el olvidado asombro de estar vivos.


Chapultepec es un bosque sagrado. Para nosotros es un privilegio tomar contacto con nuestras raíces a través del poema de Octavio Paz que recoge y hace cantar la sabiduría del México antiguo de una manera magistral y contemporánea.

Con este experimento buscamos indagar las posibilidades de un modelo dramático abierto al principio de incertidumbre y a la interacción del observador-observado. Observo el bosque y me convierto en un árbol bien plantado, más danzante ¿Que importancia tiene para mi la otredad?¿hay algo para la teatralidad contemporánea en un modelo cuántico?

Pedimos la compresión y la complicidad de los asistentes para avanzar en esta indagación, un riesgo necesario creemos, para mantener vigente el olvidado asombro de estar vivos.

Es importante advertir que este trabajo no es un evento escénico convencional, pues requiere de un esfuerzo que rebasa el del espectador tradicional

Gracias, Nicolás Núñez


La recomendación para que asistan es ABSOLUTA, y corranle, porque quedan poquisimas "presentaciones". Hay que llevar un paliacate y llegar puntuales, ponerse flojitos y cooperar :) . Cuando ya no la puedan experimentar, se las cuento, con piedra de sol en mano.

Aqui la info.

martes, 25 de noviembre de 2008

Recorriendo la extraña entraña...

...
Acércate más, más cerca.
Dame tu mano.
En mis historias encontrarás
lo que es limpio, lo que es bello,
lo que transparente brota de mí
como una flor...


Andrés Henestrosa.


Salí a caminar un rato, a mirar rostros por la calle, rostros inexpresivos que rehuyen las miradas, rostros de ciudad, es todo lo que hay a veces, no hay sonrisas ni buenos deseos, solo la indiferencia que se acopla con la lluvia y te moja los zapatos, y no queda mas que el murmullo de las gotas que se rompen sobre las hojas de los arboles y las luces nocturnas reflejadas sobre el pavimento mojado.

Extrañaba uno de esos bares donde entras y la gente sabe tu nombre y te tienden la mano con agrado, cuando no con una cerveza. En su lugar, encontré un café de esos donde las chicas tienen como una mas de sus tareas el sonreír cuando te ven llegar, te sirven con agrado lo que pidas y después si te sientas un rato en algún rincón y observas, encontraras toda clase de rostros humanos que afloran hermosos cuando la sonrisa abandona su obligación y descansa sobre la cotidianidad a veces lacerante. Encuentras tambien toda clase de vivencias inocuas esparcidas al aire por voces impunes, interpretaciones, cuentos, imaginación, dramas, comedias, horripilantes comedias de la vida, gente que duerme de noche interpretando actos necesariamente para los que suelen escuchar con desesperación palpitante el canto de la luz del alba. Yo le regrese la sonrisa -no hay porque restregarle a las personas nuestra iluminación de que todo es una mierda-. Sin embargo, salio de mi rostro una sonrisa no fingida, real, fue una sonrisa que me sorprendió a mi mismo, fue como si a una pequeña parte de mi no se la estuviese llevando la chingada. Me olvide de ello, un lapsus, fue una fluctuación, di un hasta luego y salí a seguir mojando sentimientos.

Esta ciudad esta llena de rincones inesperados, de oasis que solo se presentan a los ojos de las almas que navegan en desiertos de sentimientos calcinantes. Puede ser una calle, un parque, una banca, un kiosco, un sendero apartado, hasta una mesa de café o cantina, o una pared donde perduran las huellas de la gente. Pasaba por uno de esos rincones, el jardín de Juan Rulfo, apenas se puede creer que un lugar tan tranquilo se encuentre en medio de esta ciudad. De pronto vi ahí en el suelo un billete de 100, los tome, torpemente me sentí contento de haber salido a caminar y casi olvide que habían sido esas cuatro paredes las que me habían echado a la calle con su silencio. Otro lapsus. Cuanto dinero se encuentra uno por las calles de esta ciudad, empecé a recordar. Debo encontrarme varios billetes y monedas en el año, pero solo recuerdo los mas grandes. Recuerdo las calles, los lugares. Lo que no recuerdo nunca, es el dinero que he perdido, ese no tiene importancia para la memoria. En cambio quise recordar, en esas caminatas por los parques, por las calles mojadas, por lugares de conocer gente, cuantas veces he encontrado tirado algún sentimiento de que adueñarme, una sonrisa, un abrazo, alguien con quien charlar y compartir un trago. Y cuando -a lo Sabina- salgo buscando un encuentro que me ilumine el día, encuentro un jodido billete. Que clase de broma es esta! No he encontrado muchos amigos deambulando por las calles de esta ciudad, como si me ha pasado en otros lugares. Que incapacidad la mía! En cambio, a diferencia de los billetes, los afectos perdidos los recuerdo a cada paso. Todas mis ausencias viajan a mi lado y dan conmigo los pasos que no dimos juntos.

Quizá mi suerte cambie si abandono el billete, si lo dejo ahí a la intemperie quizá a la próxima encuentre algún afecto desconocido, alguien con un corazón que sepa latir. Abandonar la moneda para que mas tarde otra persona lo encuentre y crea que es afortunada... No esta vez. Me lo pensaré bien. Por lo pronto, entraré al próximo bar que encuentre, me sentare y pediré dos cervezas, serán buena compañía en este pinchi desierto mojado. Después de unos tragos miraré las sombras acariciando la atmósfera al compás de la música, quizá mas tarde las telarañas empiecen a embellecer nuestra mesa. Tal ves después -entre las luces violáceas de la noche multiplicadas en cristales reflejantes, o en el humo de inciensos mágicos elevándose con su danza de caderas, entre las sombras, en el murmullo de voces alegres acopladas al alcohol de mis venas-
encuentre una alucinación
                                          en donde
                                                          mirar
                                                                        su rostro.

miércoles, 5 de noviembre de 2008

cachoreadita...


No es casi nada, me da la mano, le rozo la mejilla al darle un beso, un abrazo ligero que dura justo lo necesario, hola, me da gusto verte, a ver si un día tomamos un café, y ya se ha ido. Así saludo a cualquier amiga. A ella la encuentro una o dos veces por semana o pueden pasar semanas sin vernos, a veces el saludo se prolonga unos minutos en que compartimos alguna anécdota.

No es nada, unas manos que se tocan y detonan el deseo sin tiempo para darnos cuenta, el reloj se detiene y sin darnos cuenta nuestras almas se abalanzan en embestidas animales, se muerden el cuello, se penetran, se funden en un instante, mientras nosotros continuamos con el beso en la mejilla, un abrazo cálido y un hasta luego. Casi imperceptiblemente ella sonríe, casi imperceptiblemente nuestros rostros enrojecen y un calor imperceptible recorre nuestros cuerpos, un brillo que me delata sale de mis ojos al despedirla. Casi nada, solo un instante y así nos sabemos complices de algo insospechado y sonríe y adiós, un saludo casi como todos y cuando nos volvemos a mirar nuestros rostros expresan encanto y deseamos saludarnos y avanzamos mirándonos a cada paso y disfrutamos ese saludo que cada vez que ocurre es casi un faje, un cachondeo súbito, una cachoreadita, imperceptible.

Un simple saludo que disfrutamos cuando la casualidad nos lo permite. Quizá un día demos el siguiente paso, quizá un día sigamos el juego que en nuestro subconciente quiza ya disfrutamos impunes y terminemos revolcandonos siguiendo el camino al que el instinto nos empuje. Después, me dará la mano, le rozare la mejilla al darle un beso, un abrazo ligero que dure justo lo necesario, hola, me da gusto verte, a ver si un día tomamos un café, nada sera igual. Tendremos que hacerlo, no ahora, ni pronto, pero un dia haremos_el_amor intenso y fugaz (y entre más intenso, más fugaz), antes de que el tiempo cubra esta sensacion con olvido o la casualidad decida mandarnos al carajo.

alebrije: toroloco maclovio

martes, 28 de octubre de 2008

Ofrenda en la UNAM

Este año se han conmemorado en México dos eventos que atraen nuestra atención siempre que se mencionan: los primeros 10 años sin Octavio Paz y los 40 años de la matanza de estudiantes el 2 de octubre de 1968 en Tlatelolco. Estos dos eventos son el abono que se esparce sobre la tierra fertil de la imaginación de los estudiantes que están a cargo de la mega ofrenda del día de muertos en la UNAM.

En realidad solo el tema de Paz es oficial en este festival, pero una vez mas, como hace 40 años, el poeta extiende su solidaridad con los mártires del 2 de octubre y los universitarios les abren las puertas a ambos en este festejo en que se mezcla la tradición, la cultura, el arte y todo el espíritu de la universidad.

Para Octavio Paz y para los mártires del 68, este 2 de noviembre la mesa esta puesta en las Islas de UNAM. El espectáculo promete ser una delicia, aquí el programa y aquí un adelanto de los preparativos...